L’UDC – si sa – non è mai stato particolarmente sensibile e riconoscente nei confronti dello Straniero, anche se quest’ultimo ha contribuito a rendere grande il nostro piccolo Paese (basti pensare alle faraoniche imprese delle gallerie del Gottardo). Anche chi si oppone all’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” però – talvolta – dimentica di mostrare una certa buona dose di tatto ed umanità: dietro alle statistiche relative alla disoccupazione spesso vi sono delle persone che stanno vivendo un vero e proprio dramma esistenziale. Relativizzare il fenomeno asserendo che “tutto sommato stiamo bene” le fa soffrire. Premetto però che non sono affatto convinto che l’iniziativa UDC porrà rimedio alle varie problematiche che i suoi promotori affermano di affrontare e ve lo dimostrerò per tre di esse.

 

In primis, il fenomeno perverso della sostituzione dei lavoratori indigeni con quelli stranieri non verrebbe contrastato efficacemente – anzi – il numero dei disoccupati aumenterebbe tragicamente. Ci tengo a sottolineare che con la parola “disoccupati” intendo tutte le persone in cerca d’impiego che beneficiano di un’indennità di disoccupazione, dell’assistenza o che fanno appello – gloriosamente – alle proprie economie personali. La situazione è dunque ben più critica di ciò che alcune cifre facciano pensare. E proprio per la criticità della situazione occorrono ulteriori misure ben ragionate ed efficaci. Purtroppo l’iniziativa UDC di ben ragionato e di efficace e non ha nulla, oltre a lasciare dei grossi punti interrogativi. Ad esempio, su quali basi e con quale affidabilità verrebbe deciso il tetto massimo? Se la necessità di manodopera straniera può essere calcolata di anno in anno piuttosto precisamente, lo stesso non vale per l’afflusso di richiedenti l’asilo, per ovvi motivi. Inoltre, l’afflusso di asilanti non può venir limitato in virtù del diritto internazionale (cf. “Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo”, art. 14 cpv. 1) il quale prevale sul diritto interno. Un potenziale problema si pone, poiché se dovessimo accogliere un numero di richiedenti l’asilo inaspettatamente elevato, l’economia elvetica sarebbe privata di quei lavoratori stranieri i cui profili non sono reperibili in numero sufficiente tra la popolazione svizzera a causa del fatto che non v’è alcuna differenziazione nel poco ragionato “calderone” UDC!.

 

Come se non bastasse, le ripercussioni politiche che susseguirebbero alla denuncia dei Bilaterali I metterebbero in crisi gli scambi commerciali con l’UE, nostro partner commerciale per eccellenza. Par darvi un’idea, nel 2012 più di metà delle esportazioni elvetiche (111 miliardi di franchi) erano destinate all’UE! Non credo che in un contesto economico così interdipendente il nostro Paese possa rischiare di compromettere – anche solo parzialmente – gli sbocchi sul mercato europeo, perdendo di conseguenza preziosi posti di lavoro. Per di più, il contingentamento obbligherebbe chi volesse creare nuovi posti di lavoro ad un lungo iter burocratico che potrebbe spingere alcuni imprenditori verso soluzioni alternative (meccanizzazione, outsourcing, trasferimento di posti di lavoro).

 

Il Ticino deve continuare a puntare sulla lotta alla concorrenza sleale di padroncini e distaccati, assicurandosi da un lato ch’essi paghino i contributi e le imposte sui servizi resi nel nostro Paese (attraverso l’aumento dei controlli e l’inasprimento delle sanzioni) e dall’altro che queste stesse prestazioni vengano dichiarate al fisco italiano (ad esempio tramite lo scambio automatico d’informazioni o un modello di ritenuta simile a quello dell'imposta preventiva). Per quanto riguarda i frontalieri poi – che beneficiano di aliquote d'imposizione anche dieci volte inferiori a quelle italiane – occorre denunciare imperativamente l’obsoleto accordo del ’74 in modo da ricalibrare la loro fiscalità (ad esempio eliminando i ristorni e permettendo allo Stato italiano di tassare la differenza: una situazione favorevole ad entrambi i Paesi!). Molte misure (ben sessantuno!) per riequilibrare il mercato del lavoro ticinese sono già state presentate dal Consiglio di Stato. Questo prezioso lavoro va riconosciuto ai nostri politici e portato avanti con l’appoggio di Berna, non vanificato tramite un’iniziativa che minerebbe ulteriormente la già delicata situazione occupazionale ticinese.

 

Anche le previsioni sull’andamento delle nostre assicurazioni sociali non ci fanno dormire sonni tranquilli. A titolo d’esempio, le proiezioni sull’AVS ci dicono che entro il 2020 il disavanzo sarà tale da non poter più essere compensato dagli utili attesi dall’investimento del capitale AVS. Senza aumentare le entrate, per evitare la lacuna finanziaria ci vedremmo costretti ad aumentare l’età di pensionamento di tre anni, prospettiva che io trovo improponibile! Eppure qualcosa bisogna cambiare perché oggi, se da una parte i lavoratori stranieri (residenti e non) aiutano a rimpolpare le nostre casse, dall’altra ciò non fa altro che procrastinare l’approfondimento – serio e coeso da parte di tutte le forza politiche – di un problema cruciale per il futuro del nostro Paese: il consolidamento a lungo termine dell’AVS (e dei primi due pilastri previdenziali in generale). Dunque, gli stranieri al netto portano addirittura fieno in cascina: è incredibile constatare come l’UDC si dimostri sempre meschinamente impareggiabile nel presentare delle statistiche fuorvianti.

 

In terzo luogo, anche il fenomeno del “turismo del crimine” va combattuto, rafforzando gli effettivi ed i mezzi di polizia e guardie di confine ed al contempo aumentando la cooperazione giudiziaria e di polizia con gli Stati dell’UE. Oltre a ciò, bisognerebbe rendere la detenzione meno “conveniente” (rispetto agli Stati che ci attorniano), evitando tutta quella gamma di comfort che lo Stato mette a disposizione dei criminali e che permette loro di dimenticare, più che di elaborare il reato. L’iniziativa UDC non farebbe altro che aumentare le entrate clandestine ed il lavoro nero!

 

Infine, deve essere chiaro ai cittadini che spazio di rinegoziazione per i Bilaterali I non ve n’è. Vogliamo davvero rinunciarvi? È grazie a questi accordi se i nostri scienziati possono partecipare ad importanti progetti coordinati dall’UE, se le nostre aziende possono accedere agli appalti pubblici europei, se gli scambi commerciali sono facilitati e le nostre aziende possono disporre dei migliori specialisti al mondo. Tessere relazioni con l’UE non è facile, uno sgambetto di questo genere non potrebbe che creare una controproducente crisi politica. Riflettiamo: incrinare ancor più la difficile situazione occupazionale dei Cantoni di frontiera per dare un segnale a Berna (e all’UE) vale la pena?

 

 

Sinue Bernasconi, vicepresidente GLRT