Dal 1942 al 2002, l’interruzione di gravidanza era consentita soltanto in caso di minaccia grave per la salute della madre. Dal 2002 è permessa anche su domanda della gestante. Ad alcune condizioni però: l’interruzione di gravidanza non può avvenire oltre le 12 settimane dall’inizio dell’ultima mestruazione. Oltre tale termine, l'interruzione della gravidanza è consentita soltanto quando è necessaria per evitare alla donna un grave danno fisico o psichico. Inoltre, ogni donna che vuole interrompere la gravidanza deve inoltrare una richiesta scritta in cui fa valere uno stato d’angustia. Viene poi eseguito un colloquio approfondito con un medico (che le offre una consulenza approfondita) e fornita una lista sugli organismi e le associazioni che possono provvedere aiuto morale o materiale. Se la donna ha meno di 16 anni è anche obbligata a rivolgersi ad un consultorio.

Tutto questo per dire che nonostante dal 2002 l’interruzione della gravidanza sia stata depenalizzata ed i suoi costi ricadano sull’assicurazione di base obbligatoria, la scelta di porre fine alla gravidanza è lungi dall’essere presa alla leggera. Infatti, tutto viene fatto per garantire una presa di coscienza profonda dell’importante scelta che verrà fatta, sia ch’essa porti all’interruzione della gravidanza che alla sua continuazione. Queste considerazioni sono corroborate dalle statistiche, dato che in Svizzera – dal 2002 ad oggi – il numero d’interruzioni di gravidanza è rimasto stabile ed è addirittura diminuito tra le giovani donne (meno di 20 anni).

Oggi, taluni vogliono stralciare questa grossa conquista sociale che permette alle donne (ed in generale alle coppie ed ai nuclei familiari) che faticano finanziariamente di valutare la situazione indipendentemente dal fattore economico. “Per risparmiare”, si dice. Quantifichiamo il risparmio dunque: i costi legati all’interruzione di gravidanza corrispondono allo 0,03 % dei costi totali dell’assicurazione malattie; wow che risparmio! Eppure, nonostante da alcuni anni i costi dell’interruzione di gravidanza siano relativamente contenuti, per alcune famiglie ciò potrebbe far pendere l’ago della bilancia o per un intervento meno costoso (e quindi meno sicuro) o per una continuazione della gravidanza senza un reale desiderio di avere un figlio.

Io sono totalmente certo che quello 0,03 % rappresenti un investimento – non un costo a fondo perso – poiché ci si assicura che le donne beneficino di condizioni medico-sanitarie adeguate (meno complicazioni a carico dell’assicurazione malattie!) e si evita che persone che non desiderano avere un figlio portino a termine la gravidanza. Non è difficile immaginare che i figli indesiderati abbiano più chances di “pesare” – prima o poi – sulla società (e.g. sviluppando una psicopatologia).

Infine, ritengo che il sistema vigente stabilisca un buon equilibrio tra il diritto all’autodeterminazione della donna e la protezione della vita prenatale. Infatti, lo sviluppo ontogenetico ci mostra che la maturità del sistema nervoso centrale è raggiunta soltanto a partire dalla 27esima settimana dalla concezione. Tramite l’interruzione di gravidanza non si uccidono degli esseri umani (poiché tali non possono essere definiti) ma si prevengono delle vite infelici. Paradossalmente, il salvataggio prettamente fisico e biologico a cui alludono gli iniziativisti si tramuterebbe – in alcuni casi – in un’uccisione psichica. Da salvatori a carnefici: questione di punti di vista.

Oggi chi vive l’esperienza di una gravidanza accidentale può valutare (con l’aiuto dell’entourage familiare, delle varie figure professionali, etc.) se desidera davvero dare alla luce, educare ed amare la futura prole. Vogliamo condannare dei bambini a crescere in una famiglia dove non sono amati? Il 9 febbraio, la sensibilità di tutti i cittadini – non ho dubbi – li porterà a gettare nell’urna un “NO” convinto alla crudele iniziativa “il finanziamento dell’aborto è una questiona privata”!

 

Sinue Bernasconi, vicepresidente GLRT